La sanità italiana è sempre più un campo di battaglia tra chi cerca di sopperire alle carenze strutturali e chi prende decisioni senza avere una reale comprensione delle esigenze del sistema. La gestione politica e burocratica della sanità negli ultimi decenni ha dimostrato una distanza preoccupante dalla realtà dei professionisti sul campo, con conseguenze sempre più evidenti, dall’emergenza Covid alle attuali crisi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). L'episodio recente di San Fermo, dove un uomo è morto in farmacia durante un elettrocardiogramma, riaccende il dibattito sulla sicurezza dei pazienti e sulle politiche sanitarie che rischiano di confondere le competenze professionali. Uno dei nodi più critici è la fuga degli infermieri, spesso sostituiti da personale non qualificato. Le evidenze internazionali parlano chiaro: l'infermiere non va sostituito nemmeno con il medico. In paesi come Australia, Canada, Regno Unito e persino negli Stati Uniti, gli infermieri svolgono un ruolo insostituibile nella riduzione di mortalità, infezioni ospedaliere e antibiotico resistenza. Eppure, in Italia si continua a cercare di colmare i buchi con soluzioni improvvisate, assistente infermiere, personale dai paese più poveri del mondo, etc. Il problema non è solo la qualità del servizio, ma la gestione delle emergenze. Un defibrillatore scarico in piazza, la mancanza di un sistema strutturato di pronto intervento, l’assenza di un infermiere (personale adeguatamente formato): elementi che, messi insieme, hanno portato a una morte che forse si sarebbe potuta evitare, con la presenza di un infermiere. La domanda ora è: chi si assume la responsabilità? La risposta sembra perdersi nella nebbia di decisioni prese dall’alto, senza un reale confronto con chi vive la sanità ogni giorno. Fino a quando questa situazione verrà accettata passivamente? Vincenzo Parisi - Dirigente Nursing Up






























