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LA SANITÀ TERRITORIALE HA UN VOLTO: QUELLO DEGLI 

INFERMIERI DI FAMIGLIA E COMUNITÀ 

Se il territorio si regge sugli IFeC, il contratto deve riconoscerli.

Nursing Up Emilia-Romagna apre il Coordinamento regionale degli Infermieri di Famiglia e Comunità per raccogliere esperienze, criticità e proposte direttamente dai professionisti che ogni giorno lavorano sul territorio. Non vogliamo parlare degli IFeC. Vogliamo portarli ai tavoli che contano.

 

È arrivato il momento di superare le vecchie logiche sindacali e costruire una rete moderna, partecipata, concreta: una rete fatta dagli infermieri, con gli infermieri e per gli infermieri.

 

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Il cambiamento parte da te

Perché nasce il coordinamento?

Perchè l’IFeC non può essere una figura lasciata nella confusione: serve ruolo chiaro, incarico, formazione, indennità, autonomia, strumenti e presenza ai tavoli.riferimento. 

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Cosa chiediamo:

Riconoscimento contrattuale


Incarico formalizzato


Indennità dedicata


Formazione riconosciuta


Strumenti e tecnologie adeguate


Partecipazione degli IFeC ai tavoli decisionali

 

Li chiamano precari, di Alessandra Pignocchi

2025-06-15 07:26

Vincenzo

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Li chiamano precari, di Alessandra Pignocchi

Questo non sarà il solito post di un’infermiera qualsiasi, incazzata con il sistema...

Li chiamano precari.

Dicono che abbiano un tempo determinato, eppure nei nostri cuori hanno fatto la fine, della leggenda del mare e della conchiglia: che nessuno avrà mai a che fare con noi, senza sentire un po’ anche loro.

Questo non sarà il solito post di un’infermiera qualsiasi, incazzata con il sistema, resto lontana anni luce dalle polemiche.

A mala pena riesco ad arrivare a fine mese, non credo di poter dire come si debba gestire un’Azienda.

Non mi sentirete mai lamentarmi per lo stipendio o andare contro chi, in fin dei conti, ha sempre dato un’opportunità ai miei sogni strampalati.

E sapete una cosa?

Le guerre, non portano a nulla

Le bellezza delle parole, forse si.

Vorrei parlare a voi, che ascoltate i Tg, pensando che in Italia ci sia solo malasanità e vorrei parlare soprattutto a lei, Presidente Francesco Acquaroli

Vorrei parlarle di questi due ragazzi, che ci sono stati nel periodo Covid.

Che è stato come mettere dei bambini che, fino al giorno prima giocavano con i soldatini, a combattere veramente una guerra.

Lì, non si trattava di vincere o perdere, ma di salvare la maggior parte delle persone che non avevano neanche il fiato di chiedere “aiuto”.

Prima e seconda ondata, senza mai lamentarsi. Perché lamentarsi è un po’ come andare in cyclette: sei impegnato a fare qualcosa che non ti porterà da nessuna parte.

Lei è Valentina, che cerca in qualunque modo, di rimediare alle incomprensioni, alla rabbia, allo stress che si vengono a creare durante un turno di lavoro, con il sorriso sulle labbra.

Ha coperto turni impossibili, saltato riposi, è andata in ferie, nei periodi che tutti i turnisti scartono e se poco poco le chiedevi “dai Vale, vogliamo parlare con la caposala?” lei rispondeva “no ragazzi, è giusto così. Sono l’ultima arrivata”

Si sente talmente tanto a casa, che lei non ti dice di lavorare in Cardiologia Sub Intensiva da tot anni, ma bensì “da 3 compleanni”.

Ha un piccolo block notes dove prende appunti, perché come disse Papa Francesco “per essere grandi, bisogna saper essere piccoli”

E lei ha quel valore aggiunto, che dovrebbe avere ogni professionista, l’umiltà.

Cosa rara, in questo Mondo signor Presidente, dove basta un pezzo di carta che attesti la tua laurea, per sentirti arrivato.

Fa 150 km per venire al lavoro, tra andata e ritorno. Non rimanda la sveglia di cinque minuti come tutti noi, perché quando ti metti in strada, sai che tutto può succedere.

A settembre si sposa, a giugno non sa ancora se il suo contratto verrà rinnovato.

Lui è Giacomo.

È talmente alto che i pantaloni della divisa sembrano dei bermuda, indosso a lui.

Ha modi gentili, tanto che i pazienti si ricordano il suo nome, quando fanno i complimenti all’intera équipe.

Quando li deve mobilizzare, non chiede neanche aiuto, si accolla tutto il peso e li solleva come se fossero fatti di cartapesta… che se poco poco, lo facessimo noi, ci appelleremo ad una contusione del 1998, seguendo il tutto con la solita frase “mi devo ricordare di dirlo al Medico Competente”.

Continua ancora a studiare, sta facendo un Master di Infermiere di Famiglia e Comunità. Perché la salute è come un albero, i cui rami prendono direzioni differenti, ma se non si parte dalle radici, nulla ha più senso.

Da qualche mese ha preso un mutuo di 30 anni, a giugno non sa ancora se il suo contratto verrà rinnovato.

Questa è la Sanità che amo, fatta di belle persone.

Che non si tirano indietro, che si mettono a disposizione, che costruiscono senza avere il bisogno di distruggere.

Che conoscono il rispetto, l’educazione e soprattutto il valore del lavoro.

E dietro la loro precarietà, ci sono Coordinatrici che pensano ad un piano B, in caso i loro contratti non vengano rinnovati.

Perché ci sono le ferie estive, perché la coperta puoi anche tirarla, ma rimane sempre troppo corta.

Ed allora Signor Presidente, volevo chiederle di tenerseli stretti questi ragazzi, che forse questa Sanità ha bisogno di meritocrazia. Ha bisogno di persone che sappiano fare la differenza, tra FARE l’infermiere ed ESSERE infermiere.

Che nonostante siano “precari” diventano per i pazienti, un posto sicuro in cui ripararsi da tutto il resto.

Perché prima di essere grandi professionisti, bisognerebbe essere persone meravigliose.

E loro, lo sono.

Infermiera
Dott.ssa Alessandra Pignocchi

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