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Suicidio medicalmente assistito: tutelare il paziente, ma anche chi lo assiste

2026-07-27 10:40

Gianluca Gridelli

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Suicidio medicalmente assistito: tutelare il paziente, ma anche chi lo assiste

Suicidio medicalmente assistito: tutelare il paziente, ma anche chi lo assiste L’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna ha approvato la legge regio

Suicidio medicalmente assistito: tutelare il paziente, ma anche chi lo assiste

 

L’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna ha approvato la legge regionale che disciplina le modalità organizzative di accesso al suicidio medicalmente assistito.


La legge non introduce l’eutanasia e non estende indiscriminatamente la possibilità di accedere al fine vita. Riguarda persone affette da una patologia irreversibile, tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale, sottoposte a sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili e pienamente capaci di assumere decisioni libere e consapevoli.

 

Il paziente deve essere informato sulle alternative disponibili, comprese le cure palliative, la terapia del dolore e la sedazione palliativa profonda. La presenza dei requisiti sarà verificata da una Commissione multidisciplinare di Area Vasta, composta anche da un infermiere, oltre che da medici specialisti, psicologo, farmacologo o farmacista.

 

L’infermiere può rifiutare?

La risposta è sì.

 

La legge stabilisce espressamente che l’assistenza del personale sanitario avvenga su base volontaria. La partecipazione, quindi, non dovrebbe essere trasformata in un normale ordine di servizio né imposta a un infermiere contrario per ragioni personali, morali, etiche o professionali.

Anche il Codice deontologico delle professioni infermieristiche riconosce la libertà di coscienza. 

 

L’infermiere può astenersi da un intervento contrario ai propri valori, assumendosi la responsabilità della propria astensione e garantendo, attraverso l’organizzazione, la continuità dell’assistenza.

 

Nursing Up ritiene quindi necessario che la disponibilità sia raccolta preventivamente, individualmente e per iscritto, senza pressioni dirette o indirette e senza conseguenze sulla carriera, sui turni, sulle valutazioni o sui rapporti con la direzione.

 

La disponibilità dovrebbe inoltre essere revocabile in qualsiasi momento. 

Un professionista può infatti dichiararsi disponibile e comprendere soltanto successivamente, davanti alla persona e alla sua famiglia, di non riuscire emotivamente a partecipare.

 

Chi sostiene psicologicamente gli infermieri?

Qui emerge una criticità importante.

 

Le precedenti istruzioni regionali prevedevano la possibilità di offrire un accompagnamento psicologico al paziente e ai suoi familiari. 

La nuova legge conferma la presenza dello psicologo nella Commissione, ma non prevede espressamente un percorso gratuito, riservato e strutturato di sostegno psicologico per gli operatori coinvolti.

 

Eppure l’infermiere non svolge soltanto una funzione tecnica.

È spesso il professionista che trascorre più tempo accanto al paziente, raccoglie le sue paure, ascolta i familiari, assiste agli ultimi momenti e rimane nella stanza quando le decisioni politiche, giuridiche e mediche diventano realtà umana.

 

Il farmaco può essere definito e prescritto dal medico e l’atto finale deve essere compiuto dal paziente, ma il peso relazionale ed emotivo ricade in larga parte anche sull’infermiere. 

È l’infermiere che accompagna, osserva, ascolta e, terminata la procedura, continua ad assistere la famiglia e a convivere con ciò che ha vissuto.

 

Un’esperienza può lasciare conseguenze nel tempo.

Non è corretto affermare che ogni infermiere coinvolto subirà necessariamente un trauma. 

Per alcuni professionisti accompagnare una persona verso una morte scelta, consapevole e priva di sofferenza può rappresentare un atto coerente con i valori della cura e del rispetto dell’autodeterminazione.

Per altri, però, può determinare sofferenza morale, conflitti interiori, tristezza, senso di colpa o una progressiva forma di distacco emotivo. 

Alcune conseguenze possono non manifestarsi immediatamente: il professionista può apparentemente gestire bene l’esperienza e avvertirne il peso dopo settimane o mesi, oppure dopo la ripetizione di più procedure.

 

La volontarietà, da sola, non basta. Aver accettato liberamente non significa essere immuni dalle conseguenze psicologiche.

 

Nursing Up chiede alla Regione Emilia-Romagna che le disposizioni attuative prevedano:

  • adesione realmente volontaria, scritta e revocabile in qualsiasi momento;
  • nessuna discriminazione nei confronti di chi rifiuta di partecipare;
  • formazione clinica, giuridica, deontologica e psicologica specifica;
  • briefing prima della procedura e debriefing multidisciplinare dopo ogni evento;
  • accesso gratuito e riservato a uno psicologo, anche nei mesi successivi;
  • monitoraggio del carico emotivo e del numero di procedure affrontate da ogni operatore;
  • équipe dedicate, adeguatamente formate e senza ulteriori pazienti da assistere durante la procedura;
  • possibilità di essere temporaneamente sostituiti anche all’ultimo momento, senza dover fornire giustificazioni personali.

 

Garantire il diritto del paziente non può significare ignorare la salute psicologica di chi rende concretamente possibile il percorso assistenziale.

 

La dignità del fine vita deve comprendere anche la dignità, la libertà di coscienza e la tutela di chi assiste.

 

Segreteria Nursing Up Emilia Romagna 

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