Da una parte c’è chi sostiene che i CAU siano stati un fallimento. Dall’altra c’è chi li difende parlando di decine di accessi quotidiani e di un aiuto concreto ai Pronto Soccorso. Come spesso accade, la verità probabilmente sta nel mezzo.
La chiusura del CAU presso l’Ospedale Maggiore di Bologna ha acceso un dibattito che merita di essere affrontato senza slogan e senza tifoserie.
Il punto, per Nursing Up Emilia-Romagna, non è difendere o demolire il CAU in quanto tale. Il punto è capire se quel modello, in quel luogo, con quelle risorse e con quei numeri, abbia davvero prodotto un beneficio proporzionato allo sforzo organizzativo richiesto.
I CAU non sono inutili. Ma non tutti i CAU sono uguali
I dati regionali diffusi negli ultimi anni indicano una riduzione degli accessi a bassa priorità nei Pronto Soccorso dell’Emilia-Romagna. In particolare, sono stati comunicati cali dei codici bianchi e verdi e una buona percentuale di cittadini che, una volta entrati nei CAU, hanno trovato risposta direttamente in quella sede.
Questo significa che affermare “i CAU non servono a nulla” sarebbe sbagliato.
I CAU possono essere utili quando intercettano bisogni sanitari urgenti ma non gravi, evitando accessi impropri in Pronto Soccorso. Possono essere utili se sono ben collocati sul territorio, se sono conosciuti dai cittadini, se sono integrati con medicina generale, continuità assistenziale, Case della Comunità, Fascicolo Sanitario Elettronico e percorsi rapidi di invio al PS quando necessario.
Ma un conto è un CAU territoriale che sostituisce o riorganizza una risposta di bassa complessità. Un altro conto è un CAU collocato dentro o accanto a un grande ospedale, dove il cittadino continua comunque a percepire quel luogo come “ospedale” e dove il rischio di sovrapposizione con il Pronto Soccorso è evidente.
Il caso del Maggiore: numeri non irrilevanti, ma nemmeno decisivi
Nel caso del CAU del Maggiore, i numeri riportati parlano di circa 37-50 accessi al giorno, a seconda dei periodi considerati.
Non sono zero. Nessuno può dire che non sia stata data risposta a cittadini reali, con bisogni reali.
Ma per una struttura collocata in un grande contesto ospedaliero come il Maggiore, quei numeri non appaiono particolarmente elevati, soprattutto se rapportati al volume complessivo del Pronto Soccorso e alla quantità di codici bianchi e verdi che ogni anno gravitano su strutture di quel tipo.
La domanda vera non è: “50 accessi al giorno sono pochi o tanti?”
La domanda vera è un’altra: quanti di quei 50 accessi sarebbero davvero finiti in Pronto Soccorso se il CAU non fosse esistito?
Se erano accessi realmente sottratti al PS, allora il CAU ha prodotto un alleggerimento.
Se invece erano accessi aggiuntivi, cioè cittadini che in alternativa si sarebbero rivolti al medico di medicina generale, alla continuità assistenziale o avrebbero atteso una gestione ordinaria, allora il beneficio sul Pronto Soccorso diventa molto più debole.
Questo è il nodo che va chiarito con dati trasparenti, non con annunci.
Il rischio clinico non può essere ignorato
Da professionisti sanitari sappiamo bene che il confine tra “urgenza minore” e “urgenza vera” non sempre è così semplice.
Dolore toracico, dispnea, addome importante, anziano fragile, peggioramento improvviso, sintomi neurologici, febbre in paziente complesso: sono situazioni in cui l’inquadramento deve essere rapido, competente e supportato da protocolli chiari.
Il CAU non può diventare un luogo “di mezzo” dove si scarica tutto ciò che non si vuole vedere in PS. Deve avere personale preparato, percorsi definiti, collegamenti immediati con l’emergenza-urgenza e criteri rigorosi di invio.
Un errore di indirizzamento può costare caro. E quando si parla di salute, il risparmio organizzativo non può mai venire prima della sicurezza clinica.
Chiudere il CAU del Maggiore può avere una logica. Ma solo a una condizione
La decisione di assorbire l’attività del CAU del Maggiore negli ambulatori AFT e nelle Case della Comunità può avere una logica organizzativa.
Anzi, se l’obiettivo è spostare davvero la bassa complessità fuori dagli ospedali e dentro una rete territoriale accessibile, allora la direzione può essere corretta.
Ma attenzione: chiudere un CAU non significa automaticamente potenziare il territorio.
Se gli ambulatori AFT saranno realmente accessibili, se avranno orari adeguati, personale sufficiente, presa in carico concreta e collegamento con gli altri servizi, allora la scelta potrà funzionare.
Se invece la chiusura sarà solo un modo per ridurre costi, spostare il problema altrove e lasciare i cittadini senza risposte chiare, il risultato sarà prevedibile: il carico tornerà sul Pronto Soccorso.
Il problema resta sempre lo stesso: mancano infermieri
Ogni riorganizzazione sanitaria oggi si scontra con una verità che politica e aziende continuano troppo spesso a sottovalutare: senza infermieri, nessun modello regge.
Si possono cambiare nomi, sigle, sedi, percorsi, cartelli e comunicati stampa. Ma se mancano professionisti, se chi resta è stremato, se i giovani non scelgono più questa professione e se migliaia di infermieri italiani sono andati all’estero per trovare condizioni migliori, il sistema continuerà a indebolirsi.
Non si può pensare di risolvere la crisi dell’assistenza con palliativi organizzativi o con reclutamenti internazionali usati come risposta strutturale alla fuga interna.
La domanda è semplice: perché un infermiere dovrebbe restare o tornare in Italia se altrove trova stipendi migliori, maggiore riconoscimento, carichi più sostenibili e una dignità professionale più chiara?
Rendere attrattiva la professione infermieristica non è uno slogan. È la condizione minima per tenere in piedi il Servizio Sanitario Nazionale.
Per Nursing Up Emilia-Romagna, il CAU non va giudicato ideologicamente.
I CAU possono funzionare quando sono veri presidi territoriali, ben integrati, ben comunicati e dotati di professionisti sufficienti. Funzionano molto meno quando vengono collocati dentro o accanto ai grandi Pronto Soccorso, dove rischiano di diventare un doppione, una zona grigia o una risposta organizzativa debole rispetto ai bisogni reali.
Sul CAU del Maggiore, con i dati disponibili, il giudizio è chiaro: non è stato un disastro, ma nemmeno un modello forte. La chiusura può essere razionale se ciò che lo sostituisce è più efficace, più territoriale e più accessibile.
Ma se dietro la parola “riorganizzazione” si nasconde l’ennesimo arretramento dei servizi, allora non ci siamo.
La sanità non si salva spostando il problema da una porta all’altra.
Si salva investendo sui professionisti, sui percorsi, sulla sicurezza clinica e sulla capacità reale di dare risposte ai cittadini.
E il primo investimento, oggi, deve avere un nome preciso: infermieri.
Segreteria Nursing Up Emilia Romagna





