La Regione fa i conti con un sottofinanziamento nazionale senza precedenti. E i numeri non mentono. Mancano fondi per la non autosufficienza, per i trasporti, la manutenzione di fiumi e coste, per prevenire le frane, garantire servizi essenziali, l’inclusione scolastica, sostenere chi non riesce a pagare l’affitto. E, ovviamente, la Sanità, sempre più vicina al punto di rottura. Per resistere, la Regione lancia una manovra coraggiosa: 400 milioni di euro in più, grazie alle leve fiscali regionali – Irpef, ticket sanitari, Irap e bollo auto (dal 2026) – ma con aumenti parametrati al reddito, per tutelare le fasce più fragili. Nel 2025, l’Emilia-Romagna sarà la regione con il Fondo più alto d’Italia: quasi 570 milioni di euro. Ma non basta. Il sottofinanziamento nazionale è una voragine che inghiotte tutto: la Sanità regionale chiuderà con 200 milioni di squilibrio. Lo stanno già capendo i cittadini: basti pensare ai 4 euro in più di ticket che stanno sborsando. Ecco il paradosso: mentre la carenza di infermieri mette in ginocchio reparti e pronto soccorso, la Regione annuncia un fondo da 50 milioni in tre anni per evitare la fuga degli infermieri. Iniziativa lodevole, ispirata al Veneto. Ma nei fatti? Ancora una volta, soldi destinati agli infermieri che si disperdono nel mare del “comparto sanità” – 55.993 lavoratori – quando la fuga riguarda i 34.000 infermieri della regione. Il risultato? Una mancia. E intanto, gli ospedali chiudono. Negli ultimi 10 anni in Italia ne abbiamo persi 125. Negli Stati Uniti, in California, la legge impone 1 infermiere ogni 5 pazienti. In Italia? 1 ogni 12, 14, anche 16 e nel privato sempre peggio. Gli stipendi dei dirigenti sanitari sono da capogiro. Serve il coraggio del Governo. Rendere attrattiva la professione infermieristica non è una spesa. È un investimento. Vincenzo Parisi - Infermiere Iscriviti al Nursing Up Emilia Romagna WhatsApp 3401210916
Se divisi tra tutti, parliamo di 24 euro a testa. Se destinati solo agli infermieri: 41 euro al mese.
Spiccioli. Insufficienti a fermare l’esodo.
La carenza di infermieri non significa solo attese più lunghe: significa più infezioni, più morti evitabili, più uso di antibiotici, più giorni di ricovero, più dolore per i pazienti. E significa anche costi altissimi per trattare complicanze come le lesioni da pressione.
E il paradosso è che investire negli infermieri fa risparmiare milioni, in cure, farmaci, giornate di degenza e – soprattutto – vite.
In Emilia-Romagna ci sono 12.899 dirigenti sanitari su un totale di 68.892 dipendenti del SSR. E premi da urlo. Ma chi tiene davvero in piedi la baracca? Gli infermieri, le ostetriche, gli oss, i tecnici, i fisioterapisti, etc, non certo la dirigenza che spesso favorisce un clima ostile con i continui no anche alle richieste più banali dei professionisti.
Invece di guardare altrove, pensiamo ai nostri problemi.
Un infermiere che resta è un ospedale che funziona. È un cittadino curato. È un’Italia che respira.
E il ritorno, per la collettività, vale milioni.
















