





Dalle innumerevoli segnalazioni che il Nursing Up continua a ricevere dagli infermieri dell’AUSL di Bologna, di Imola e di altre Aziende della regione Emilia-Romagna, emerge un quadro allarmante: la dirigenza sanitaria fa poco o nulla per trattenere personale altamente qualificato, mentre spalanca le porte a infermieri reclutati all’estero, spesso con una formazione incerta e competenze linguistiche inadeguate. Ai nuovi arrivati vengono garantiti sostegni economici e, in alcuni casi, perfino vitto e alloggio gratuiti. Nel frattempo, gli infermieri italiani — che da anni mandano avanti i reparti tra turni massacranti e carichi di lavoro insostenibili — non ricevono nemmeno un riconoscimento morale, figuriamoci economico. Un esempio emblematico arriva dall’Ospedale di Loiano, nuova struttura di comunità finanziata con fondi del PNRR e in apertura nel 2026. L’AUSL di Bologna punta apertamente sul reclutamento internazionale, in particolare dal Sud America, per colmare la carenza infermieristica. E mentre si investe nel reclutamento estero, gli infermieri italiani vengono umiliati, giudicati e puniti per il minimo errore, spesso anche quando non hanno alcuna colpa. Se questo accade a chi conosce bene lingua, cultura e dinamiche del nostro sistema, cosa accadrà quando in corsia arriveranno colleghi che non comprendono nemmeno pienamente i pazienti o le consegne di turno? Le aziende sanitarie si illudono di risolvere una crisi che loro stesse hanno generato — con stipendi inadeguati, carichi di lavoro insostenibili e nessuna valorizzazione professionale — importando personale “usa e getta”, che alla prima occasione volerà verso paesi civili dove stipendi, diritti e condizioni di lavoro sono realmente degni di una professione come la nostra. In Emilia-Romagna, si lascia scappare l’oro che si ha in casa per inseguire l’illusione di una soluzione temporanea e fragile.
Ma a quale prezzo? Davvero qualcuno crede che la soluzione alla crisi infermieristica sia importare personale che non conosce la nostra lingua, il nostro sistema sanitario e la complessità assistenziale italiana?
Solo pochi giorni fa, una collega straniera — residente in Italia da molti anni e perfettamente integrata — è stata sottoposta a un procedimento disciplinare non ufficiale, ma profondamente umiliante. Tutto è partito da un disguido notturno con un medico, dovuto a un’incomprensione linguistica. Come al solito, la direzione ha ritenuto “impeccabile” l’operato del medico, mentre l’infermiere è diventato, ancora una volta, il capro espiatorio.
Chi si assumerà la responsabilità degli inevitabili errori dovuti a incomprensioni linguistiche o culturali?
Il Nursing Up continuerà a denunciare con forza questa deriva gestionale miope e offensiva, chiedendo alla dirigenza di tornare finalmente a investire nelle persone, non nei numeri
































