L’incredibile situazione del personale nei centri dialisi. Intervento Nursing Up

L’incredibile situazione del personale nei centri dialisi. Intervento Nursing Up

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Oggetto: l’incredibile situazione del personale nei centri dialisi, nella Regione Lazio

Facendo considerazioni e parlando con i colleghi impegnati in ambito sanitario, nel Lazio, ho notato che molte delle situazioni pandemiche, i cluster che si sono creati negli ospedali pubblici nostrani, spesso sono partite o comunque hanno a che fare con i pazienti dializzati. Mi sono chiesta, come mai? Perché? Cosa succede?
E’ un bel po’ che mi svolazzano queste domande per la testa. Il primo caso di sospetto Covid, poi negativo al test, che ricordo fu al Covid Hospital di Palestrina e fu in Dialisi.

Alla ASL Roma 2, durante questi due anni di pandemia, ricordo, voci di corridoio, dove si parlava di un inizio, da uno o due pazienti che avevano a che fare con la Dialisi. Ecc.
Il mio problema è aiutare e cercare di supportare i colleghi in difficoltà, quando possibile anche dipanando matasse incomprensibili, cercando di dirimere i problemi.

Il bandolo della matassa mi si è mostrato da una collega, che avrebbe voluto partecipare ad un master in convenzione, una delle ragioni per la quale Nursing Up è noto, insieme a molte altre attività e benefit rivolte e studiate per supportare i colleghi.
La collega è preoccupata, perché lavora in un centro dialisi nel Lazio, ha tante e tali incombenze, che teme di non poter completare il Master scelto, …anche per fuggire da dove lavora, dal momento che è oberata di turni straordinari, reperibilità ecc. Inutile dire che abbiamo fatto una bella ed interessante chiacchierata.

La collega mi ha aperto un oscuro e controverso problema, che deve essere segnalato, ma prima andava verificato. E’ fondamentale vedere se le difficoltà riguardavano esclusivamente l’ospedale dove esercita il collega, …o tutto il Lazio? Come faccio e spesso, ho lanciato un messaggio a tutti gli iscritti Nursing Up della Regione Lazio: “Indagine: ci riferiscono che i centri dialisi sono in sofferenza anche a causa dell'accoglienza di pazienti Covid, normalmente trattati altrove. ...pur avendo mantenuto lo stesso numero di personale.

Ci potete confermare? Ci sono contesti simili? Ci fate sapere? Grazie WhatsApp o sms 3475871031”. Le risposte che abbiamo ricevuto sono state numerose ed inquietanti. Ebbene, durante la prima ondata di emergenza Covid (parliamo di febbraio/marzo), tale era la situazione emergenziale e nuova che quasi non avevano percepito i cambiamenti stratosferici. A partire dalla seconda ondata, fino ad oggi, il sistema si ripete, anzi è identico senza che nessuno se ne prenda carico.

Il personale infermieristico impegnato nei centri dialisi è sempre lo stesso. La cosa che mi ha lasciato perplessa, come anche i colleghi dei centri di dialisi pubblici, l’accoglimento dei pazienti positivi o sospetti Covid, da centri Dialisi privati accreditati. Centri dialisi privati accreditati, più numerosi, nel Lazio, delle strutture dialisi pubbliche.

Qual è la situazione nel Lazio? La scrivente, tramite il web, ha valutato quanti centri dialisi ci sono nel Lazio? Quanti privati e quanti centri privati accreditati? Nel Lazio ho contato 99 centri DIALISI, tra pubblico, privato e privato accreditato.. Il 38% di essi è a gestione pubblica, mentre il 56% è gestito da privati accreditati.
…mi raccontano di centri Dialisi pubblici che erano privi di sala Covid, attrezzate per trattamenti con osmosi, quindi i pazienti sintomatici venivano e forse ancora, potrebbero  essere trattati da ricoverati nel reparto, con l'utilizzo di monitor a basso flusso, normalmente utilizzati nelle rianimazioni.

Tutto ciò implica ed implicava trattamenti dialitici quotidiani, per poter mantenere l'omeostasi degli elettroliti e la perdita di liquidi dei pazienti. …e forse, meno posti a disposizione in terapia intensiva per pazienti che ne abbiano necessità?
La Stanza ad uso isolamento contumaciale, studiata per i pazienti che avrebbero potuto essere infetti, anche nel periodo pre pandemia; in molti contesti pubblici, venne immediatamente convertita per il trattamento di pazienti asintomatici positivi al Covid o sospetti, anche per utenti provenienti dai centri privati accreditati, dove normalmente i suddetti pazienti vengono seguiti. …mi chiedo, nei centri privati accreditati, non ci sono stanze per l’isolamento contumaciale?
Tutto ciò dall’inizio della pandemia, ha aumentato vertiginosamente, l’impegno delle strutture pubbliche e dei pazienti coinvolti, senza che nessuno considerasse l’aumento del numero del personale sanitario coinvolto.

Nella dialisi, ci sono pazienti che fanno trattamenti di una, due, tre o quattro sedute a settimana, per un tempo di 3 ore, almeno. La situazione comporta, la permanenza di un infermiera, nel suddetto contesto tra pazienti positivi al Covid o sospetti positivi, con tuta protettiva, per un periodo di non meno di sei ore, nelle stanze d’isolamento, ma con occasioni di percorsi promiscui. …un infermiere, deve seguire un affiancamento di almeno sei mesi, per essere più o meno autonomo, e poter seguire un paziente dializzato in autonomia.

Si sottolinea ed enfatizza, perché sembra un concetto piuttosto difficile da far capire a chi gestisce, organizza e programma le strutture sanitarie! Dopo la prima fase e/o questi eventi, in molti pronto soccorso, finalmente sono state create ed adibite stanze Covid, isolate, per pazienti che hanno necessità di dialisi anche nei Pronto Soccorso. …ma il personale?!


I colleghe ampliamente provati, pensavano di essere usciti da questa situazione, come dovrebbe essere per tutte le cose, la situazione sembrava tornare alla normalità, benché comunque impegnativa. …ma fino a circa un mese fa, quando, in seguito ad una nuova ondata di contagi, oltre ai consueti impegni, il carico di lavoro è aumentato vorticosamente. Il numero degli utenti si è nuovamente incrementato, i centri dialisi privati accreditati, hanno ripetuto quello che è successo nel passato, re inoltrando i pazienti che normalmente seguivano.

Appena i pazienti manifestano una febbre che può generare dubbi di positività al Covid, un paziente seguito in un centro accreditato si palesa con un tampone positivo, il trasferimento dello stesso presso una struttura pubblica diventa implicito. Spesso la situazione è tale che non si può più parlare di emergenza/urgenza, ma di sedute dialisi programmate, anche in pazienti provenienti da altre strutture.

Tutto ciò potrebbe sembrare una banale lamentela, se non fosse causa dell’aumento dei trattamenti in reperibilità o straordinario. Conseguenzialmente, come ha già scritto, in modo generico, il   Nursing Up, proprio recentemente, ciò è foriero dell’aumento di contagi da Covid da parte del personale esposto.

Oggi stesso hanno reso noto di voler assumere 22507 infermieri, 8438 medici, e 17049 operatori sanitari, ma spesso si tratta di mere stabilizzazioni, che non costituiscono un incremento di personale sanitari, benché si è contenti per il personale stabilizzato.
Come abbiamo anche segnalato alla Regione Lazio. A due anni dall’inizio della pandemia, le assunzioni, necessarie e fondamentali, non sono state poste in essere, tanto è vero che i colleghi stremati, stanno chiedendo il trasferimento in altre realtà, ma sono in trappola, non trovano soluzione, dal momento che mancano le sostituzioni, il personale che subentra o è già formato, o deve fare un periodo di almeno sei mesi di affiancamento.

Paradossalmente, molti colleghi si sono sentiti dire che per ottenere il trasferimento debbono aspettare la fine dell’ondata pandemica, nella speranza di poter semplicemente sostituire e/o incrementare il numero degli infermieri in turno, esausti. …ma, siamo alla quarta ondata, ufficiale, almeno! Gli eredi di Florence Nightingale nostrani sono esausti anche per un uso abuso dello straordinario e dell’istituto di reperibilità.

Tutto ciò non è più un evento raro, ma una routine, si costituiscono turni di planning con turni di straordinario e reperibilità attiva, di consuetudine. Ancora, i turni di reperibilità “attiva” dovrebbe essere seguiti da un turno di riposo, che spesso non esiste! Successivamente ad un turno di reperibilità, i colleghi sono costretti a lavorare, poiché mi dicono perderebbero e mi pare assurdo, il pagamento dovuto per la reperibilità e il DEA.

Molti colleghi erano già esausti con le turnazioni, pre pandemia, con un organizzazione di turni di lavoro 6 giorni su 7, mattina, pomeriggio, domenica e riposo. Apparentemente potrebbe sembrare una programmazione di lavoro normale, …le reperibilità possono essere al massimo possono essere 6 al mese, ma possono essere solo di sabato/domenica e festivi.

Molte aziende, anche per carenze di personale, non consentono il recupero del riposo  perso, dopo un turno di reperibilità. Quindi i colleghi, perdono spesso almeno due domeniche di riposo al mese ed almeno 4 notti. Nel passato, sentii un chirurgo parlare della teoria del VUM (vedi un momentino).

La reperibilità nasce per sopperire alle necessità di emergenza/urgenza e/o rischio di vita, ma i colleghi mi dicono di essere chiamati in causa per il trattamento di pazienti cronici o pazienti acuti, che si sono palesati al pronto soccorso anche dal giorno prima.
Essere chiamati in causa, di notte, in reperibilità, per pazienti urgenti non sarebbe frustrante, ma lo diventa, se il problema è generato dalla teoria del VUM! Ovviamente, i colleghi subiscono con insofferenza, dal momento che sotto stress, anche i ritardi dell’inizio dei trattamenti.

Viene interpretato come un attesa, inutile, che non aiuta la programmazione del lavoro quotidiano. …ma una consuetudine. Le domande che ci facciamo:  perché le cliniche private accreditate, mandano i pazienti in ospedale, per fare dei trattamenti che potrebbero fare loro stessi? (Comunque è la regione lazio che paga per loro, essendo tutti in trattamento a spese della regione).
Perché non formare altro personale affinché il personale esausto possa essere rinfrancato, dal momento che le ondate pandemiche proseguono ciclicamente?


Si chiede pertanto, quante ore di straordinario e reperibilità vengo utilizzate nei reparti di dialisi? Quante ore di reperibilità vengono utilizzate realmente ogni mese, tenendo conto che i turni di reperibilità sono sei, sono tutti impiegati? Quanti casi di personale sanitario che ha contratto il Covid ci sono nelle strutture che gestiscono pazienti dializzati.

Si chiama in causa l’ispettorato del Lavoro e l’INAIL, dal momento che si ritiene che il suddetto personale è fortemente provato e a causa dello stress, potrebbe essere più facilmente esposto ad errori ed esposto alle infezioni. Siffatti turni di lavoro, potrebbero essere causa d’infezione da parte del personale.

Abbiamo colleghi, che una volta positivi, si sentono chiedere se indossavano bene le mascherine e/o comunque i DPI? …ma è giusto chiedersi come indossavano le mascherine? Oppure se successivamente a siffatti turni, un professionista contagiato o un qualsiasi errrore è un evento che non ci dovrebbe stupire?!

Ovviamente con questa missiva, non s’intende dichiarare che i colleghi impegnati nei medesimi contesti, ma nel privato accreditato, pettinino bambole! …ma anziché trasferire i pazienti al pubblico, mi piacerebbe sapere di maggiori controlli.

Ad esempio mi dissero, da un centro di dialisi privato, dello smaltimento dei liquidi, di risulta, da dialisi, vengono sempre smaltiti come si conviene? Nell’attesa di un cortese, ma sollecito riscontro, Cordiali saluti.


Roma, 13.01.2022
Responsabile Regionale Nursing Up Lazio
Laura Rita Santoro
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