INFERMIERE, RUOLO STRATEGICO CONTRO L'ANTIBIOTICO RESISTENZA

INFERMIERE, RUOLO STRATEGICO CONTRO L'ANTIBIOTICO RESISTENZA

I nostri giornali non lo sanno, ma dopo il covid-19 ci sono altri mostri pronti a decimare la popolazione mondiale e aspettano silenziosamente i nostri errori, che puntualmente continuiamo a fare, che i nostri leader continuano a fare.

L’antibiotico resistenza è un fenomeno che non va assolutamente preso sotto banco come ancora continuano a fare alcuni grandi Paesi di questo mondo, compreso il nostro, tra i peggiori in Europa.

In Italia dopo anni e anni di menefreghismo e ignoranza che ci hanno portati a non rispettare le linee guida dell’OMS. facendoci diventare il primo paese in Europa per l’antibiotico resistenza. In Italia dal 7 al 10 per cento dei pazienti va incontro a un’infezione batterica multi-resistente con migliaia di decessi. Le infezioni correlate all’ assistenza colpiscono ogni anno circa 284.100 pazienti causando circa 4.500-7.000 decessi(450.000 entro il 2050)Il 50% degli antibiotici venduti in Italia è destinato agli allevamenti e agricoltura altro fenomeno da combattere oltre all’ uso improprio degli antibiotici in campo ospedaliero.

Finalmente nel 2017 il nostro Ministero della Salute ha deciso di affrontare il problema e ha varato il Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico Resistenza (PNCAR).

Stime ufficiali dicono che nel 2050, le infezioni batteriche causeranno circa 10 milioni di morti all’ anno, superando ampiamente i decessi per tumore, diabete o incidenti stradali con una previsione di costi che supera i 100 trilioni di dollari.

L’obiettivo adesso è quello di rallentare lo sviluppo dell’antibiotico resistenza fino a renderlo compatibile con il tasso di scoperta di nuovi farmaci. Anche perché dagli anni 80 a oggi il tasso di scoperta dei nuovi antibiotici si conta sulle dita di una mano.

L’AIFA ha sottolineato più volte, l’antibiotico-resistenza è un fenomeno che necessita oramai di un cambiamento culturale a cui tutti sono chiamati, medici e pazienti. Sarebbe importante investire in nuove diagnostiche, se i medici potessero confermare istantaneamente un'infezione è di tipo virale o batterica, molte prescrizioni improprie potrebbero essere evitate.

Anche l’utilizzo dei vaccini ridurrebbe la necessità degli antibiotici, ed aiuterebbe a combattere l’aumento delle infezioni da batteri resistenti ai farmaci. Esempio i vaccini proteggono dal batterio Streptococcus pneumonia che causa una polmonite che uccide più di 800.000 bambini ogni anno, una copertura universale farebbe risparmiare milioni di morti e denaro.

Importantissimo, ma sottovalutato, per evitare di infettarsi con batteri antibiotico-resistenti è lavarsi le mani regolarmente con acqua e sapone, dopo aver usato il bagno, prima di mangiare, prima di preparare i cibi e dopo aver toccato carni, uova, frutta, verdure crude.

Ogni anno il 18 Novembre si celebra la Giornata Europea degli Antibiotici che da alcuni anni coincide con la settimana mondiale sugli antibiotici per aumentare la consapevolezza dei rischi associati all'antibiotico-resistenza nei professionisti e nell'opinione pubblica e di promuovere l’'uso appropriato degli antibiotici.

La sorveglianza AR-ISS Dal 2001, l’Istituto Superiore di Sanità coordina la sorveglianza nazionale dell’antibiotico-resistenza AR-ISS che rappresenta uno strumento per valutare l’entità del fenomeno nel nostro paese, l’andamento nel tempo, e le differenze tra le diverse aree geografiche. Anche alcune regioni come Emilia Romagna, Campania e Toscana sono coinvolte nella sorveglianza.

Ricapitolando, per combattere l’antibiotico resistenza sono stati messi in campo molte strategie e strumenti. Ma quello che secondo noi è stato sottovalutato, prendendo in considerazioni le tante evidenze mondiali, è il ruolo che potrebbe avere l’infermiere contro l’antibiotico resistenza.

Il presidente Farmindustria ha rivelato che entro il 2050 ci saranno nei paesi OCSE 2,4 mln di morti. In Italia la previsione parla di 450.000 morti , con ripercussioni economiche devastanti.

Secondo uno studio dell’università della Pennsylvania (Usa), emerge che aumentando un paziente ad un infermiere (con una media di 5,7 pazienti) l'incidenza dell'infezione urinaria da catetere vescicale aumenta di un caso ogni mille pazienti. Non vogliamo immaginare quando i pazienti diventano 10 o 12 per infermiere, anche di più in alcune realtà.

Secondo un altro studio realizzato in Gran Bretagna, non fa che confermare altri studi, quando la gestione infermieristica passa da 10 a 6 pazienti la mortalità si riduce al 20%. Noi del Nursing Up lo abbiamo sempre detto e ribadito ai tavoli che contano.

Gli autori specificano che sostituire l’infermiere con altre figure non riduce la mortalità.

Secondo uno studio in California, effettuato su medicine e chirurgie, il rapporto ottimale infermiere/paziente sarebbe 1 a 6, anche se lo stato della California impone per legge che il rapporto sia di 1 a 5, ciò fa risparmiare soldi, infezioni e morti.

Un vero affare, per chi riesce a capirlo.

In Italia la situazione è complicata. Si verificano circa 450-700 mila infezioni in pazienti ricoverati in ospedale (in particolare infezioni urinarie, ferita chirurgica, polmoniti e sepsi). Gli esperti stimano che circa il 30% siano potenzialmente prevenibili e che nell’1% dei casi siano direttamente causa di morte.

La domanda ci viene spontanea: prevedibile da chi ? L’infermiere in alcune realtà lavora con un rapporto paziente/infermiere doppio o triplo rispetto al rapporto Californiano (1 infermiere ogni 5 pazienti, per legge). Come farebbe a prevenire, quando non avrebbe nemmeno il tempo di monitorare o studiarne 4 di pazienti ? Impensabile.

In alcuni Paesi, come l'Australia è stato già stabilito il numero 'ideale' per garantire il paziente: un infermiere ogni 4 assistiti.

Studio Lancet 2014: Ogni volta che aumenti 1 paziente ad un infermiere aumenta l’indice di burnout del 23%, aumenta del 7% la mortalità del paziente, aumenta del 7% che l’infermiere non si renda conto delle complicanze a cui il paziente sta andando incontro.

Maggiore sarà il numero dei pazienti in carico all’infermiere e maggiore saranno le cure che verranno a mancare: cambio postura (per evitare lesioni da pressione), igiene orale, educazione sanitaria a paziente/famiglia, sorveglianza adeguata (quantità urine, tipo di respiro, etc etc), dialogo con il paziente, osservazione, preparazione alla dimissione, etc etc.

Un dato preoccupante che emerge è la volontà di cambiare lavoro appena possibile. Il 36% degli infermieri italiani lascerebbero subito il paese.  

Chi potrebbe dargli torto ?  Rischi e responsabilità enormi rispetto a uno stipendio miserabile e indegno.

Dagli studi emerge anche che il 78% dei pazienti capisce l’infermiere e si sente ascoltato e rispettato. Onore a questi infermieri.

Tutto questo regioni come Piemonte e Veneto stanno dimostrando di non conoscere le evidenze e studi internazionali, e sembra che nemmeno i nostri politici delle sfere più alte conoscono.

Il nostro parere ? Le politiche nazionali, regionali e locali dovrebbero smettere di far girare tutto intorno al bilancio economico che spesso, come dimostrano le ricerche americane, canadesi, australiane ed europee, il risparmio non è guadagno. Per risparmiare bisogna investire.

Bisogna investire sull’ assistenza infermieristica, risparmiando così miliardi di euro l’anno che verrebbero altrimenti usati per curare infezioni, piaghe da decubito, etc.

Investire pochi milioni, risparmiando miliardi e salute. Non da sottovalutare anche l’impatto ambientale che si avrebbe risparmiando l’utilizzo di antibiotici.

Migliorare l’assistenza infermieristica significa meno morti, meno infezioni, meno antibiotici, più ambiente e molti più soldi.

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