In un comunicato stampa del 11 06 2025, lo avevamo detto che i CAU, così come erano stati progettati, non ci sembravano una buona idea. Lo avevamo detto che senza personale dedicato, senza una programmazione seria, senza un vero coinvolgimento di chi lavora in prima linea, il rischio sarebbe stato quello di creare l’ennesimo contenitore fragile, destinato a pesare su professionisti già stremati.
Se si vogliono evitare sprechi di risorse pubbliche, prima di lanciare nuovi modelli organizzativi bisognerebbe ascoltare chi quei servizi li manda avanti ogni giorno: gli infermieri. Perché è nei corridoi, negli ambulatori, nei turni coperti all’ultimo minuto che si misura la sostenibilità reale di una riforma. Non nelle conferenze stampa.
Oggi i fatti sembrano confermare quelle criticità.
I CAU di Bologna chiuderanno: quelli del Sant’Orsola e del Maggiore saranno dismessi tra maggio e settembre per essere trasformati in ambulatori Aft (Aggregazioni funzionali territoriali). Lo ha annunciato il direttore sanitario dell’Azienda USL di Bologna, Michele Meschi, spiegando che si punterà sulle aggregazioni dei medici di medicina generale, con incentivi destinati ai gruppi e non ai singoli professionisti.
Una riorganizzazione che supera di fatto il modello dei CAU, presentato dalla Regione Emilia-Romagna come innovativo e capace di alleggerire i Pronto soccorso, ma che nella pratica ha mostrato limiti organizzativi evidenti.
Per Nursing Up Emilia-Romagna il punto resta uno: le riforme si fanno con chi lavora nei servizi, non sopra le loro teste. Altrimenti il rischio è sempre lo stesso — cambiare nome alle strutture senza risolvere i problemi strutturali, con il risultato di sprecare tempo, energie e denaro pubblico.
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